Capire il significato di comunità…

…non è sempre immediato. Quante volte sentiamo parlare della comunità di Ubuntu-it? La domanda poi che spesso molti si fanno di conseguenza è: Cos’è realmente la comunità italiana di Ubuntu?

Prima del 15 Ottobre avevo un’idea abbastanza astratta del concetto di “community”, accentuata dalla mia visione poco convinta che ho sul legame che c’è tra vita reale e vita virtuale. Da quando sono entrato nel “circolo” (2006), non ho mai messo in dubbio la qualità e la professionalità di questo progetto e delle persone che ci “lavorano”, ma arrivare a credere che davvero potesse esistere un rapporto così maturo e stretto tra i vari volontari è stata una scoperta quasi inaspettata.

Inutile dire che mi sono trovato subito a mio agio in meno di 30 secondi, non appena ho avuto il piacere di stringere la mano ai vari mostri sacri della comunità.

Esperienza che serve, che rafforza ed esplicita il significato della parola Ubuntu, ti convinci che non lavori per un’azienda ma ti diverti e cresci insieme ad altre persone.

Scopri che mangiare al Roadhouse 20kg di carne aiuta, ma soprattuto implica ordinare 40 litri di birra rossa. Scopri che LA COSA NERAAA non fa così paura, ma è semplicemente una shell. Scopri che Canonical è un mezzo e non un fine.

Scopri che la comunità può essere tutto questo, se tutti lo vogliono!

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Rest in P.C

È da un po’ di tempo che mi chiedo come mai questa improvvisa svalutazione del Desktop. Sinceramente sono preoccupato ma fondamentalmente dispiaciuto dal fatto che tutti, e dico praticamente tutti, stanno seguendo una linea di sviluppo che sinceramente non gradisco.

Il classico Desktop/Scrivania sta pian piano scomparendo dappertutto, partendo da GNOME-Shell arrivando ai recentissimi Chromebook. Le cosiddette cloud sembrano essere il futuro, ma ritengo che troppe nuvole sopra la nostra testa se si scontrano fanno solo danni. Avere tutto nella propria casetta, chiusa bene a chiave, penso sia ancora la cosa migliore.

L’idea comune che spinge gli sviluppatori a creare prodotti come GNOME-Shell, ChromeOS, Unity ecc. è basata sulla voglia di rendere i procedimenti sempre più semplici e intuitivi. Ma sono convinto che non è il numero minimo di click necessari per compiere un’operazione che determina il livello di un prodotto ma quanto questa operazione sia intuitiva nel farla.

Sono anche convinto che la Scrivania sia stata abbandonata troppo frettolosamente; mentre sto scrivendo al computer ogni tanto mi fermo per controllare il mio HTC, riponendolo alla fine sulla scrivania e a causa di una forte allergia sono spesso costretto a soffiarmi il naso, prendo il pacchetto e lo ripongo sulla scrivania. Se devo trascrivere un documento sul computer tengo il mio foglio di carta sulla scrivania. Insomma certe cose mi piace averle a portata di mano così che posso trovarle immediatamente e senza andare a cercare in vari scompartimenti.

Credo che questo discorso possa ancora avere un forte significato anche nell’ambiente virtuale.

L’ultimissima critica non posso non farla a Unity, l’ultimissima “shell interface” di casa Ubuntu. No no e poi no. Di critiche a Unity se ne trovano a migliaia sulla rete, io volevo limitarmi a dire che un prodotto pensato e progettato per netbook, strumenti di 7 massimo 10 pollici, non può essere forzatamente/brutalmente/spudoratamente adattato a una versione desktop. Mi chiedo perché nella versione desktop di Ubuntu troviamo un software ideato per un dispositivo meno performante sotto ogni aspetto. È come avere la presunzione di dire che una ferrari e un modellino della micro machines sono la stessa cosa.

Anche se in maniera molto diversa, la Apple sta facendo una cosa simile con la prossima versione di Mac OS X Lion cioè quella di adeguarsi il più possibile al sistema operativo iOS. Non sono molto informato su questa questione ma sono molto pessimista già da ora.

(Sfogo) Aprire un blog per me è come…

…quando ad uno torna la voglia di fumare! È un periodo in cui mi sento schiacciato dalle tante sfide che DEVO superare, mi accorgo quanto il mondo corre e quando sia esigente. Sono una persona che ama il mondo wired; sono per l’informazione e per l’istruzione. Mi accorgo però, da maturando, quanto sia sbagliato il nostro sistema scolastico.

Interazione con la realtà, con la natura e con l’attualità, sono tutte cose che rinunci a fare non appena decidi di iscriverti in una scuola. Carrellate di informazioni che servono solo per essere dimenticate, per compilare un programma di fine anno e sigillare la busta paga dei professori.

La cosa più grande che insegna la scuola è l’alienazione.

È qui che entra in gioco un componente che mi tiene aggrappato al reale, a volte quasi ideale. Si tratta per assurdo, ma non così tanto,  di Internet: il mondo virtuale come specchio del reale. Ma proprio per questo punto mi chiedevo se le informazioni che ci vogliono far credere essenziali siano meno virtuali. La cultura (in) generale è un patrimonio grandioso, ma se in 10 anni di progresso infinito il programma scolastico di 5 anni di un Liceo rimane lo stesso, come si può credere nell’istruzione come mezzo per affrontare la quotidianità?

Volevo scrivere un articolo sul perché aprire questo blog, ma il mio stato d’animo attuale ha guidato le mie dita in questo sfogo. Ah, il titolo l’ho modificato alla fine!

p.s. la risposta in ogni caso si legge tra le righe. Muovere rapidamente le dita sulla tastiera funziona come anti-stress, poi se ci scappa qualcosa di interessante meglio ancora.